Mamma, chiedimi scusa
Se da bambina o da ragazza io avessi provato ad articolare una frase come questa in casa, mi sarebbe arrivata una sberla. Ne ho prese parecchie, lo confesso, e poche volte erano davvero meritate.
Ne racconto solo tre, che però bastano e avanzano.
Una l’ho ricevuta quando - distrutta dall’angoscia adolescenziale - ho urlato a mia mamma: ma perché mi hai fatto nascere!? Cercavo forse conforto, sostegno, protezione, rassicurazione? Ho ricevuto una tranvata in faccia, il corrispettivo di essere chiusa in uno sgabuzzino buio per punizione.
Se la leggo con gli occhi di adesso, immagino che quella sberla fosse destinata a rimettermi al mio posto: non era lecito urlare ai genitori (era lecito però il contrario); non era lecito fare domande che sondassero aspetti ritenuti pertinenti alla sfera decisionale dei genitori e non dei figli; non era lecito farsi angosciare in quel modo da argomenti che attenevano a un ambito filosofico-spirituale al quale non si era in grado di dare risposta per evidenti carenze di strumenti culturali. La sberla ha sancito la perentoria irricevibilità di tale domanda.
L’altra sberla l’ho ricevuta perché non avevo prestato abbastanza attenzione al mio fratellino e lui era stato colpito in fronte dall’altalena. Taglio e sangue, ma finita lì. Tuttavia, anche io ero una bambina e forse non spettava a me badare a mio fratello, no?!
Se la leggo con gli occhi di adesso, immagino che quella sberla fosse diretta a spiegarmi il senso di responsabilità verso i miei doveri, uno dei quali era prendermi cura di mio fratello più piccolo, ritenuto impossibilitato a badare a sé stesso in quanto più piccolo, appunto, e in quanto maschio, forse? Non riterrei questa deduzione così peregrina perché ero spesso io a occuparmi di lui e dei suoi bisogni in assenza di mia mamma (che per inciso lavorava dentro e fuori casa un numero illimitato di ore).
La terza sberla che mi ricordo l’ho ricevuta perché reclamavo a gran voce la possibilità di indossare vestiti nuovi, comprati per me, e non quelli delle mie cugine. Forse stavo tentando di crearmi un’identità mia, scelta e non imposta?
Se la leggo con gli occhi di adesso, immagino che quella sberla servisse a sottolineare il fatto che a tutto dovevo pensare tranne che a farmi bella o a pavoneggiarmi con abiti e accessori, in quanto la tradizione iniziata con la mia bisnonna (e finita con me!) proibiva l’ostensione della propria femminilità e ne promuoveva l’occultamento dietro abiti impersonali.
Mia mamma non mi ha mai chiesto scusa per le punizioni corporali (era lei ad adottarle), ma all’epoca (io adesso ho 53 anni) le bambine e i bambini, così come le ragazze e i ragazzi, non si ritenevano davvero persone, ma figlie e figli, dunque proprietà. E sulle proprietà è risaputo che la proprietaria o il proprietario agiscono come meglio reputano.
Com’è l’adagio della royal family? Never complain, never explain. Ecco, la seconda parte era il motto di casa mia. Io posso parlare per me, chiaro, perché con mio fratello non ho mai affrontato la questione, ma tutto quello che dovevo assimilare non passava dalle parole, ma dai comportamenti, dagli esempi, dalle occhiate, dalle punizioni.
Con la terapia ho avuto la conferma che questa strategia ha avuto pieno successo, dal momento che ho introiettato quello che serviva a una ragazza per regolarsi nella società con i dovuti punti cardinali: senso del dovere 11 su scala decimale, decoroso silenzio nel ricevere le punizioni nel caso di comportamento apertamente derogatorio alla norma, accettazione remissiva dei propri compiti, assimilazione del modello patriarcale di visione del mondo.
Nessuno ha avuto bisogno di spiegarmi niente, ho capito tutto da me.
Faccio queste riflessioni spinta dal meraviglioso articolo di Ella Marciello su La Svolta: "Bambini e bambine sono persone: insegniamo il consenso". Da leggere e rileggere.
Il considerare i figli e le figlie come persone e non come proprietà è un concetto straordinario nella sua semplicità, ma vi rendete conto di quanto per un genitore sia difficile? Non parlo di mia mamma, per la quale nemmeno c’era la corrispettiva categoria mentale, essendo stata lei stessa socializzata ai valori che mi ha trasmesso. Parlo dei genitori delle successive generazioni, della mia generazione, di me.
Chiedere a una figlia o a un figlio ti posso abbracciare pare andare “contro natura”, a leggere certi commenti qua e là. Invece, io penso che chiedere il permesso di fare o dire qualcosa sia il minimo sindacale che dobbiamo ai nostri figli e alle nostre figlie: intanto per definire il perimetro dei rispettivi spazi di libertà, poi per insegnare, con l’esempio, che chiedere il consenso è una prassi di agire sociale necessario per rispettare il no o il sì di ciascuna e ciascuno.
Parafrasando Michela Murgia, direi che chiedere il consenso alla propria prole sia una pratica soggettiva con conseguenze comunitarie. Perché chiedere il permesso insegna a chiedere il permesso.
Lo so che è difficile, ripeto, perché lo vivo tutti i giorni anche io in casa. Certe cose continuo a pretenderle e a gridarle (metti a posto quel bazar che chiami camera è il mio strazio preferito), ma mi perdono. Invece, ad esempio, ho imparato a non dare pacche sul sedere come farebbe un proprietario di mucche che saggia la consistenza del suo acquisto.
Su questo aspetto porto un altro ricordo: quando ero piccola incontravo una zia che veniva a trovarci solo un paio di volte l’anno (meno male). Quando mi vedeva, mi attirava a sé con forza e mi morsicava una guancia o entrambe, incurante della mia riluttanza piuttosto evidente. Mi lasciava letteralmente i segni dei denti, tra l’ilarità generale del parentado vario che non vedeva l’ora di assistere a quella scenetta. Se provavo a scappare, creavo un dramma familiare: ma come, non abbracci la zia che ti vuole tanto bene?
Ho scoperto tardi che morsicare non è affatto sintomo di voler bene, ma una manifestazione di aggressività, e adesso ne conosco anche il nome: “espressione dimorfa”.
Ecco, il ricordo di quei morsi ai quali non potevo sottrarmi mi serve per ripassare un concetto: in casa non do riparo a mucche.
In futuro, anche mia figlia e mio figlio chiederanno il consenso e, spero, non riceveranno baci forzati: nemmeno nei momenti di massima felicità che la vita regalerà loro.


Che bella cosa che ho letto qui.